ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


~ Prima leggi qui



venerdì, marzo 30, 2007
 
Alice si ferma qui.
Resta a guardare i gatti, forse.
Io proseguo altrove.
L’altrove è stato possibile con l’aiuto di una persona gentile e paziente. Anzi grazie al suo totale intervento.
Grazie Andrea!







giovedì, marzo 29, 2007
 
Sono entrata di sfuggita in una storia!
Il mare del Nord è grigio come la schiena di un mulo e ugualmente ostinato: le sue onde sembrano calci. Siete, tu e una tua amica, su questa spiaggia ampia e deserta e guardate il mare. C’è una luce diversa. Pensi che il sole cada più obliquo e che è colpa di questo diverso angolo d’incidenza se t’inghiotte un limbo di luce soffusa, caldo tepore da lampadina.
Mentre l’acqua continua la sua fatica, voi parlate delle vostre famiglie. Dovete urlare, però. Il vento è così forte che nasconde il suono della voce e la sabbia va negli occhi. Per resistere al lavoro usurante del vento, cominciate a camminare sulla spiaggia e racconti ad Alice una storia che ti gira in testa.


Continua qui


postato da alice121 ~ 29/03/2007 14:00 ~ commenti (3)
~ roba d olanda




mercoledì, marzo 28, 2007
 
Mentre leggevo dov’ero?
Sto leggendo I Demoni. Sono arrivata al secondo capitolo quando il figlio di Varvàra Petròvna, Stavrògin, torna a Pietroburgo.
Mi colpì anche il suo viso: aveva capelli fin troppo neri, occhi chiari fin troppo tranquilli e sereni, colorito fin troppo delicato e bianco, con un rossore fin troppo vivido, denti come perle, labbra come coralli, sembrava il tipico bell’uomo, e nello stesso tempo aveva qualcosa di ripugnante. Dicevano che il suo viso ricordava una maschera.
La lettura procede lenta, non perché non mi piaccia, Dostoevskij mi inquieta e mi affascina sempre, ma perché mi distraggo con i ricordi.
Il libro lo comprai nel 1981 e le pagine sono ingiallite e la copertina stropicciata, con qualche macchia. Lo comprai perché una sera, davanti a un giardino pensile di un convento occupato, Moravia ci consigliò di leggerlo. Disse questa frase: leggete I Demoni e capirete la società. Così lo comprai, ma poi non so per quale ragione non lo lessi. Lo ripresi undici anni dopo. E sulla prima pagina sopra il marchio della Bur c’è scritto a matita: settembre 92, che dovrebbe essere la data in cui ho finito di leggerlo. Invece questo libro non l’ho letto. E perché ho segnato questa data fasulla?
Settembre 1992 è un periodo che ricordo bene. Fran aveva compiuto un anno da un mese, e io ero tornata a lavorare senza di lui. Per undici mesi l’avevo portato con me in ufficio, che magari uno dice: ma che cosa meravigliosa, ma non era esattamente una cosa meravigliosa, anche se lui era un neonato tranquillo, perché per lavorare circa quattro ore dovevo passarcene dodici in ufficio, poi, certo, chi usciva per una commissione se lo portava dietro, i clienti mentre aspettavano ci chiacchieravano, clienti serissimi o scorbutici o nervosi, come succede a molti quando devono pagare le tasse, e tiravano fuori vezzeggiativi incredibili.
Perciò nel settembre del 92 la vita mi sembrava meno faticosa. Se ero in ufficio dovevo occuparmi di lavoro, se ero con Fran dovevo pensare a lui.
Le ore della giornata erano di nuovo ordinate, non più tutto mischiato tra telefonate, pannolini, fai la spesa, registra le fatture al computer e forse sbuca un dentino.
Ufficio la mattina e parco il pomeriggio a meno che non piovesse a dirotto, e quando dormiva il pomeriggio, almeno un paio d’ore, leggevo.
Leggevo tantissimo in quel periodo.
Siccome, come capita quando si ha un bambino piccolo, era diminuita drasticamente la mia vita sociale, soprattutto quella notturna, la compensavo con le letture. Eppure con questi Demoni deve esser successo qualcosa, devo aver deciso di fingere. Ma perché? Nessuno mi controllava i libri che leggevo, il gruppo di amici che scrivevano non lo conoscevo ancora. Se ho barato, quindi, devo averlo fatto con me stessa.
Oppure l’ho letto e non ricordo assolutamente nulla? Neanche l’atmosfera della storia? Mi sembra impossibile.


postato da alice121 ~ 28/03/2007 11:14 ~ commenti (8)
~ libri




martedì, marzo 27, 2007
 
Allora come va con questi terribili olandesi, mi chiede sempre la titolare di questa libreria (la libreria è italiana, ma la titolare è olandese). Il corsivo si può saltare.
C’è una galleria d’arte all’Aja dove con dieci euro al mese ti puoi portare via un quadro o una foto (incollata su un pannello con una procedura particolare che non ho capito quale sia, comunque l’effetto è che sembra incollata) del valore di quattromila euro, con cinque euro uno di duemila, eccetera. Ogni artista mette a disposizione un paio di opere per questo affitto e uno può tenerla fino a un anno e poi decidere se comprarla o meno con diritto di prelazione rispetto agli altri acquirenti. Le signorine della galleria dicono che è un sistema che funziona perché di solito viene venduta ed è anche è una forma di pubblicità.
C’erano un ragazzo e una ragazza (
sotto i venticinque anni biondi alti magri e carini che sembravano fratello e sorella e invece stavano insieme, mi stupiscono sempre queste coppie che si assomigliano fisicamente. Avevano scelto un quadro con lo sfondo giallo con due mani stilizzate che cercavano di raggiungersi) che ascoltavano la signorina della galleria che spiegava le regole per l’affitto ed erano estremamente attenti alle sue parole (i nordici si congelano sempre quando qualcuno spiega, a differenza delle popolazioni del sud che distolgono gli occhi dall’interlocutore, giocherellano con un oggetto o lo interrompono per una domanda. Ciò dovrebbe portare alla conclusione che i nordici capiscono di più mentre quelli del sud si perdono dei pezzi e invece non è così, per lo meno in generale. Forse allora i Nordici quando immobilizzano il corpo, bloccano anche una parte del cervello). Quando la signorina ha terminato il suo discorso, il ragazzo ha firmato il foglio per l’affitto (e ho immaginato la loro casa con mobili assortiti e scassati con qualche pezzo nuovo dell’ikea molto disordinata e con questo quadro alla parete molto bello).
A
noi piaceva una foto di una città che sembrava Haifa, cioè Emme ha detto che gli pareva Haifa, ma invece era una città turca che si chiama Alanya e un’altra foto ritoccata al computer che non si capiva cosa fosse, ma c’erano dei bollini gialli sul muro, e la signorina ci ha spiegato che le opere con quel contrassegno erano prenotate per l’affitto, allora abbiamo guardato altre cose, ma tutte quelle che ci piacevano avevano questo accidenti di bollino, e se uno decideva di comprarne una, doveva aspettare un anno o anche due.
Insomma ai Io pago e pretendo la signorina della galleria avrebbe fatto una pernacchia.



postato da alice121 ~ 27/03/2007 11:33 ~ commenti (3)
~ roba d olanda




lunedì, marzo 26, 2007
 
Così Fran al ritorno dalla gara di matematica
Gli housers erano inglesi ma simpatici e ci hanno preparato una cena discreta: patate e carne al forno. Nel soggiorno c’erano parecchie foto di lui con bambini diversi, e allora ho chiesto al figlio: chi sono questi? I miei fratellastri, mi ha risposto. Quattro figli con quattro donne diverse, un bel primato. Bonn è una città triste, sembra un dormitorio, con i palazzi grigi, il cielo grigio, anche le facce della gente che gira è grigia, anche gli alberi pare che hanno questo colore, è cento volte peggio dell’Aja insomma. Ma a Colonia, a Colonia c’è una cattedrale magnifica. La vedi da lontano è già ti impressiona, poi dopo essere stato a Bonn non te la aspetti una cosa così.
Più della metà dei partecipanti aveva gli occhi a mandorla. La matematica è la loro materia, si sa. E naturalmente si sono presi i posti migliori della classifica.
Prima abbiamo fatto la gara individuale, 160 problemi. Io ne ho risolti 66, Andrea 64 e Anja 63. Quello che è arrivato primo ne ha risolti 152. Poi c’è stata la prova a squadre per scuole, io mi sono preso i quesiti di geometria, Andrea quelli di logica e Anja quelli di matematica e anche lì ci siamo piazzati al centro della classifica, poi hanno fatto un sorteggio e hanno formato delle squadre casuali. Io sono capitato con una olandese, con gli occhi appallottolati dal sonno, - perché gli housers la sera ti portano in giro, a noi per esempio dopo aver dato quell’occhiata a Bonn che se non gliela davamo non cambiava nulla, ci hanno portato a casa d’amici a giocare a ping pong, - e con un indiano che vive a Dubai, uno piccolo e secco di quattordici anni, che avevo visto giocare a pallacanestro, ed era piuttosto bravo. Ecco qua, mi sono detto, quando mi sono ritrovato con questi due, stavolta mi piazzo ultimo. E invece. Invece cominciamo a leggere il primo quesito. La ragazza olandese dice: io non ci ho capito un accidente, il tipo indiano scrive subito il risultato, un momento dico io, verifichiamo un attimo, non c’è nulla da verificare risponde lui, io non sbaglio mai, me l’ha detto serissimo, guardandomi negli occhi, e io gli ho creduto, comunque ti scrivo l’equazione, ha aggiunto. Così siamo andati avanti,la ragazza leggeva il problema, non aveva ancora finito di leggere la domanda e lui già aveva scritto la soluzione, se non lo avessi visto giocare a pallacanestro, avrei pensato che non era un umano quel tipo lì. Perchè il mondo per lui è un’equazione. Poi però si è bloccato su uno, accidenti com’è possibile, diceva, ho perso la concentrazione e non la riesco a trovare questa equazione! Allora l’ho risolto io, ma con la logica. Siamo andati a consegnare il foglio e c’era un silenzio assoluto, tutta quella gente e tutto quel silenzio, avevamo consumato la metà del tempo a disposizione, e siamo arrivati primi su oltre cento squadre, grazie al tipo di Dubai, che poi ho scoperto che s’è piazzato primo anche nella gara individuale e in quella a squadre della scuola. Chi lo avrebbe detto che quel tipo lì avesse una mente del genere. Tu dici X e lui ha già pronta l’equazione, una cosa incredibile, davvero.






giovedì, marzo 22, 2007
 
Tenera è la notte
Alle dieci della sera Fran è su Wiki a impicciarsi della vita e delle opere di Dante.
Deve scrivere una biografia per il corso d’italiano gentilmente offerto dal nostro governo e cerca freneticamente le definizioni di poema, poetica, stilnovo, poema epico.
Qual è la differenza tra racconto e novella? Io non sono capace di scrivere sta cosa, dice, con un sospiro avvilito.
Hai letto il testo prima di andare su Wiki?
Sì, mi risponde.
E qual è la difficoltà? Metti insieme le cose che hai studiato (o letto) con un linguaggio semplice, senza aggettivi. Se sei in grado di scrivere temi e racconti non capisco come tu non riesca a scrivere una biografia. Come faresti in inglese?
Non posso pensarla in inglese e poi scriverla in italiano.
Continua a cliccare sulla rete.
Devo trovare altre parole, altrimenti dirà che ho copiato! E io queste parole non ce l’ho.
Guardo quello che ha scritto. Gli indico una frase che dice: alla tenera età di dodici anni…
Tuo fratello tra un anno avrà dodici anni. Te lo immagini tenero?
Accidenti, no!
Gliela faccio una battuta sul suo odiato Francis? Penso. Poi invece dico: Tenero è una parola complicata da usare. Meglio che te la dimentichi. Butta giù un paio di righe per le opere minori e concentrati su la Divina Commedia. E quella che conta, ed è quella che porterai all’esame per il diploma.
Beatrice, dice. Beatrice lo accompagna durante il viaggio nel Paradiso. 99 canti più uno di introduzione fanno 100. Il numero perfetto. Virgilio è con lui nell’Inferno e nel Purgatorio. Questo Virgilio mi piace di più.
Mi defilo dalla stanza.
Un’ora dopo eccolo che arriva. Un po’ scapellato, come direbbe Lo.
Basta, ho deciso! Non leggerò più quegli stupidi romanzi di spie americane. Devo pensare al mio italiano e al diploma. Da stasera cambio letture! Leggerò roba seria.
Rimango spiazzata, un sorriso un po’ idiota mi si materializza in viso, se fossi in un fumetto, libri a forma di cuore e di stella volteggerebbero nell’aria.
Leggerò…
Leggerai?
Ammaniti.
I libri perdono le forme, si dilatano, s’arrestano, si ricordano d'essere privi d’ali e precipitano mestamente al suolo.
Gira che ti rigira sempre su Ammaniti torna.







martedì, marzo 20, 2007
 
Uno dei quattro ce la fa
Qui un pezzo in cui Afia racconta il suo arrivo in Italia.
Suggerimenti, critiche, felicitazioni, insulti, silenzi e fuoritema fateli qui sotto,  non lì.


postato da alice121 ~ 20/03/2007 09:24 ~ commenti (9)
~ romanzo breve




lunedì, marzo 19, 2007
 
Uno dei quattro ce la fa
Questo qui sotto è uno degli incipit provvisori della storia che sto scrivendo.
“Si chiamava Afia K e poteva dirsi fortunato.
Aveva superato l’attraversamento del deserto in camion, le onde del Mediterraneo su una tinozza che imbarcava acqua, le camionette della polizia sulla costa ed era giunto a Roma in un giorno di sole e dopo due ore era già nel parcheggio di un grande magazzino a caricare pacchi sulle auto”...
…”Ma la mattina del ventitre dicembre precipitò tutto”.

E’ provvisorio per due ragioni.
1)Ci sono quattro personaggi principali e non ho ancora deciso quale dei quattro partirà per primo.
2) Man mano che la storia va avanti i personaggi si arricchiscono di dettagli che entrano in conflitto con la trama e devo cambiare di nuovo le cose.
Conclusione: meglio evitare storie con più di un protagonista, ma ormai ci sono dentro e devo proseguire per forza.

Stamattina leggere questo articolo mi ha fatto un brutto effetto, in particolare queste righe: Ma la possibilità di andarsene era prevista anche per gli imprevidenti e gli indigenti. In questo caso, però, il migrante passava dal Cpa statale a una struttura privata (denominata anche "casolare") dove veniva trattenuto finché un parente o amico non versava la cifra pattuita sul conto dell'organizzazione sudanese.
Io avevo scritto così: “… ho trovato il paese dove c’era il contatto. Avevo imparato tutto a memoria prima di partire.
Il contatto aveva un biglietto del treno e dei vestiti spediti da mio cognato, ho mangiato ancora, ho bevuto una tanica d’acqua, poi ho caricato sacchi su un camion per una settimana in cambio del suo servizio, infine sono partito, e quando sono arrivato a Roma mi sono detto: ormai non può che andare bene”.

Una mia amica, che ha letto il pezzo sullo sbarco di Afia e l'articolo, mi ha scritto: ogni tanto penso a un'intervista alla Arendt in cui diceva che la realtà della deportazione supera la capacità mentale di  pensarla.



postato da alice121 ~ 19/03/2007 11:00 ~ commenti (7)
~ romanzo breve




giovedì, marzo 15, 2007
 
La gita delle casalinghe (pensionate) dell’Amantina
Un giorno un tipo che era nato condottiero ma che aveva sempre fatto fotocopie si trovò inaspettatamente a comandare un gruppo.
Quando gli fu annunciata la notizia i capelli gli scodinzolarono di gioia, i baffetti gli luccicarono come se fossero stati bagnati dalla pioggia, ma non era pioggia era un’altra cosa, e gli occhi gli fiammeggiarono come lapilli nell’oscurità.
Doveva condurre delle persone a Frascati dove, dopo aver visitato Villa Aldobrandini, avrebbero consumato, in una trattoria, pane, formaggio e olive ascolane (veramente a Frascati nelle trattorie si consumano grasse olive, verdi e nere, ma il gestore aveva dieci chili di congelato da smaltire), infine sarebbe seguita la dimostrazione di un noto prodotto.
Il gruppo era costituito dalla casalinghe dell’Amantina.
La gita fu organizzata per la ragione che segue.
Il venditore di un noto prodotto aveva detto al prete della parrocchia dell’Amantina: ti finanzio una piccola parte della ristrutturazione dell’oratorio se fai l’annuncio di una gita a Frascati dopo la messa.
Il prete aveva accettato e parlato con un fedele, un tipo onesto, che come mestiere faceva fotocopie (le faceva anche per il parroco quando occorreva) e gli aveva domandato: ti va di guidare un gruppo?
Il tipo, che si chiamava Alessandro, aveva risposto: volentieri!

Così Alessandro iniziò immediatamente a studiare il progetto e si presentò alla messa con il programma già stampato (e fotocopiato).
Programma
Appuntamento alla chiesa dell’Amantina alle ore 8 a.m.
Colazione al bar di fronte alla chiesa alle 9 a.m.. (per scongiurare cali di zuccheri durante la gita).
Partenza con il pullman davanti al bar (in cui faremo colazione) alle 10 a.m. (per evitare smarrimenti).
Viaggio con arrivo (previsto) alle 10,30 a.m., con scaricamento davanti all’ingresso di Villa Aldobrandini (tempo stimato per lo scaricamento 30 minuti)
Dalle 11 a.m. alle 11.30 a.m. visita della Villa (saranno distribuite fotocopie sulla storia della Villa da leggere attentamente)
Dalle ore 12.01 alle ore 14.00 pranzo nella celebre osteria (non sono ammessi consumi di alcolici)
Dalle ore 14.15 alle ore 16.00 dimostrazione del noto prodotto
Dalle ore 16.01 alle ore 16.35 varie ed eventuali
Dalle ore 17.01 alle ore 17.30 caricamento delle casalinghe in pullman
Ore 18.00 rilascio delle casalinghe davanti alla chiesa
Abbigliamento consigliato: maglietta e pantaloni gialli per essere in ogni momento distinguibili.
Occhiali da sole con lenti nere e cappello bianco (il bianco protegge meglio dal sole).
Marito automunito alle 18.00 per eventuale acquisto del prodotto. Esclusa partecipazione maschile!
E’ sconsigliata la partecipazione: ai mussulmani, a quelle che non amano il giallo il nero il bianco, a quelle che non amano le olive ascolane. Portare 200 euro (in 4 pezzi da 50) per l’(eventuale) acquisto del noto prodotto.
Costo della gita comprensiva di tutte le spese di cui sopra: 10 euro! Un regalo!

La gita, effettivamente, era a un prezzo vantaggioso e le casalinghe, dopo la celebrazione della messa, s’iscrissero in massa, pagarono, ritirarono le fotocopie da memorizzare e lessero attentamente il Programma.
E’ tutto chiaro? Chiese Alessandro
E’ tutto chiaro, risposero le casalinghe dell’Amantina.
La gita è tra un mese, se ci fossero defezioni, troverete sul foglio il mio numero per avvisarmi, e ricordate: in nessun caso sarete rimborsate a meno che non portiate il certificato di un ricovero ospedaliero.
Va bene, risposero le casalinghe facendo le corna.
Durante quel mese Alessandro, appena terminava il suo lavoro di fotocopiatore, perfezionava le varie tappe del viaggio e sperimentava il tragitto. Parlò anche approfonditamente con l’autista del pullman (gli propose di collaudare insieme il percorso ma quello si rifiutò con un insulto), contattò il ristoratore, i guardiani di Villa Aldobrandini e, naturalmente, il venditore del noto prodotto che finanziava con una discreta somma la gita.
E qui scappò l’imprevisto di una giornata che già si prospettava perfetta.
Il venditore chiese il numero telefonico delle casalinghe dell’Amantina per anticipar loro i dettagli del nuovo prodotto, consegnare i depliant pubblicitari, richiesta che Alessandro rifiutò per la legge che tutelava la privacy.
La gita ha uno scopo, disse il venditore. Lo scopo è che le casalinghe acquistino il noto prodotto. Sono anni che faccio questo lavoro e so che devono essere informate prima perché qualcuna decida di acquistarlo.
Ma non ci fu nulla da fare. Malgrado il venditore telefonasse ad Alessandro più volte al giorno per un mese, non riuscì ad ottenere i numeri di telefono.
Alla fine decise di annullare l’operazione, ma Alessandro gli rispose che ormai era tardi: aveva già pagato l’autista, il ristoratore e acquistato i biglietti d’ingresso per Villa Aldobrandini.
Devi avere fiducia in me, gli disse Alessandro un pomeriggio buio e piovoso in cui s’incontrarono alla parrocchia. Sono nato per fare il Capo io, ce l’ho tutte sul palmo della mano!
Il venditore guardò Alessandro, era la prima volta che lo vedeva senza occhiali da sole, e notò che aveva un occhio azzurro e uno nero.
Assentì con la testa, ricacciando indietro le lacrime.
La gita
Alle otto della mattina davanti alla parrocchia dell’Amantina c’erano solo Alessandro e il venditore. Alle nove non era ancora arrivato nessuno.
Per fortuna che non ho pagato la consumazione al bar, disse Alessandro.
Gli hai telefonato per una conferma? Chiese il venditore.
Impossibile! Se avessi dovuto fare cinquanta telefonate non ci sarei rientrato con le spese, rispose lui.
Alle dieci arrivò l’autista che, vedendoli abbattuti, offrì loro un caffè.
Alle dieci e cinque il venditore tirò fuori il suo cellulare rattoppato con il nastro adesivo e disse ad Alessandro: chiamane una!
Alessandro lesse le informazioni sulla sua prima scheda: Ada Adini, 78 anni, femmina (anziana) nata a Cagliari (Sardegna) Segni particolari: sembra più giovane di 78 anni.
Pronto, disse Alessandro. Ada Adini? Ti sto aspettando per la gita!
Non posso venire, rispose lei con un sospiro. Le figlie e i nipoti me l’hanno proibito. Dicono che è una truffa perché non ho ricevuto il depliant del noto prodotto e nemmeno una telefonata dal venditore. Hanno detto che è meglio perdere dieci euro piuttosto che me ne rubino altri duecento. Io ce l’ho ripetuto che lei è un gran signore, che ci ha pure gli occhi di colore diverso, che è un grande organizzatore e che ha previsto tutto, ma loro si sono spaventati ancora di più. Poi volevo sapere…Che significa am?
Ma Alessandro, senza rispondere, spinse il tasto rosso.
Chiamo anche le altre quarantanove? Chiese
Il venditore gli tirò un pugno in faccia e lo buttò giù per terra.
Con i soldi delle vecchie aggiustati il naso, disse.

Epilogo
Con la somma avanzata Alessandro acquistò un cane che chiamò Bucefalo e a cui insegnò l'andatura del trotto e del galoppo. A tutt’oggi si aggirano nel quartiere dell’Amantina e sono riconoscibili perché entrambi hanno occhiali da sole.
Il venditore fa il sacrestano nei fine settimana nella Parrocchia dell’Amantina e ha un cellulare nuovo.
Il ristoratore fu arrestato perché le olive ascolane avvelenarono ventitre persone (ma si salvarono tutte).
E l’autista?
L’autista ha scritto questa storia.
Questa storia è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell'inventiva dell'autrice e vengono usati in maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone reali e vive, fatti o luoghi è assolutamente casuale.







postato da alice121 ~ 15/03/2007 14:16 ~ commenti (8)
~ storie




mercoledì, marzo 14, 2007
 
Chissà chi era l’autore
Ieri, per qualche minuto, mi sono trovata in un quadro dell’assurdo.
Fiori gialli a destra, fiori gialli e a sinistra.
Carro armato blu davanti , carro armato blu dietro.
Io in mezzo, nella mia macchina celeste.
Alla guida dei mostri due tipi con le maschere nere che parevano tapiri.
Poi anche il secondo carrista mi ha superato.



postato da alice121 ~ 14/03/2007 10:48 ~ commenti (7)
~ roba d olanda




martedì, marzo 13, 2007
 
La nebbia agli irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;

Oggi va così.
Al posto degli irti colli ci sono le dune, con sopra dei fili un po’ secchi e un po’ verdi, ma altrettanto evocative.
E io continuo a scrivere una storia che volevo concludere in sette pagine word e che invece prosegue.
Raccontò a Danut,  - mentre si versava due cucchiaini di zucchero di canna nel caffè, nel miglior bar di Testaccio dove gli aveva detto d'aspettarlo perché lui non trattava di affari né sul cellulare né sul telefono fisso, - che era sempre stato un appassionato di arte e natura. Che le due cose erano legate tra loro con la colla che non si scolla. Per questa ragione aveva comprato una villetta sulle colline della Toscana, le più suggestive colline al mondo, tant’è che anche Leonardo le aveva scelte per piazzarle dietro al bel muso della Gioconda.
Se non avessi incontrato l’arte sarei rimasto un pezzente qual ero. Sapessi quanto ero rozzo cinquanta anni fa! Sarei arrivato a questa età con la barba appuntita, il diabete e il colesterolo, e senza denti come mio padre, e me ne sarei andato via com’è capitato a lui, dopo un paio di bicchieri di vino scadente tra un volante e uno sportello arrugginito di una mercedes. Perché io sono cresciuto tra i rottami, i vetri delle bottiglie, le cicche di sigaretta e gli escrementi dei topi, come uno zingaro o un tunisino. Però mio padre mi ha mandato a scuola e lì mi sono avvicinato all’arte e me l'andavo a guardare nelle Chiese, quando ero più grande.
Comunque chiacchiero troppo, mi succede sempre quando ricordo le mie origini perché mi sale la commozione in gola e per spingerla via finisco per riempirmi la bocca di parole.



postato da alice121 ~ 13/03/2007 10:48 ~ commenti (12)
~ romanzo breve




lunedì, marzo 12, 2007
 
Ormai è troppo tardi
Bob, amico di Lo, spalmando uno strato di burro di tre centimetri su una fetta di pane tostato che come spessore misura circa un terzo, dice: be’, starò qui ancora un altro anno poi andrò a completare la mia educazione in collegio ma non sarà lo stesso di mia sorella, lei studia in uno per ragazze, io andrò in uno per ragazzi. Sarà divertente!
Poi afferra con rapida mossa un’altra fetta di pane, taglia un altro pezzo di burro e riprende la delicata operazione della spalmatura.
Ora si sgretola, penso mentre sorseggio il caffè.
Ci mette troppo burro e troppa forza. E invece non si sgretola né si spezza.
I tre centimetri ricoprono in modo uniforme la superficie e Bob l’addenta con la grazia di un canarino che becca un osso di seppia.
Un gentiluomo inglese si riconosce dai piccoli dettagli.
Più tardi, a cena, dico: non riesco a capacitarmi del fatto che i genitori vedranno Bob una volta al mese! Avrà solo tredici anni. E’ poco più di un bambino! E poi la nostalgia? E quando gli viene la febbre?
Fran, con aria di sufficienza, scartando con una smorfia di disgusto il contorno della pizza e il pomodoro in eccesso, ma oggi scopro che è il thp che lo comanda, replica: esistono altre mentalità diverse dalla tua. Mica siamo tutti uguali.
Lo, in cui il thp è ancora in fase embrionale e ogni tanto salta fuori, fa qualche prova e torna a dormire, dice: poi, sai, si divertono un sacco, è vero che vanno a scuola anche il sabato, ma hanno un compagno di stanza, stanno sempre insieme, nel tempo libero fanno tanti sport, giochi di gruppo divertentissimi, e un sacco di scherzi!
Sul fatto che si divertano con gli scherzi ho qualche dubbio, dico io. Ve li siete dimenticati com’erano gli scherzi alla British? E Bob sarà tra quelli che li subirà o li farà? E anche se sarà dalla parte di quelli che li fa potrebbe non essere bello.
No, no, si divertono. Insiste Lo. Bob mi ha raccontato che sua sorella è contenta.
Potresti andarci anche tu, allora. Finisci la middle e vai allo stessa scuola di Bob. Poi torni a casa una volta al mese come fa sua sorella. Che ne dici? Ti piacerebbe?
Io? Mica va di andarci a me. Mica sono inglese.
Parte tutto dall’inizio, dice Fran. Quando eravamo piccoli come ci minacciavi se non facevamo quello che volevi? Attenti che vi mando in collegio! Quindi è normale che adesso lui ti dica di no, che lui in collegio non ci va. Glielo hai sempre prospettato come una punizione!
E’ per questo, dunque.
Certo, dice Lo.
Ho due anni per recuperare. Possiamo cominciare da subito. Quando porti a casa un bel voto, ti dico: bravo! Come premio ti mando in collegio.
No, ormai è troppo tardi.
M’impegno per riparare all’errore che ho commesso. Te lo prometto.
Comunque io in collegio non voglio andare: sto bene così. Lì poi ci sono le sirene che t’organizzano la vita, ti dicono quando devi andare a farti la doccia, quando devi spegnere la luce la sera, ti svegliano la mattina. Io preferisco restare così come sto: condizionato.






venerdì, marzo 09, 2007
 
Come ti è venuto in mente Gianni?
Gianni era un mio compagno di classe, uno che andava bene a scuola senza portarsi addosso il triste nome di  secchione, uno che se c’era da fare uno sciopero o un’occupazione non si tirava indietro, uno che già al secondo anno di liceo aveva la ragazza, anche se era uno dalle storie lunghe, che parlava poco, e mai alzava la voce, poi faceva ridere, gli bastava una frase e ridevi anche per dieci minuti.
Però quel giorno, non so che cosa avesse, forse la febbre, di certo non aveva studiato, però siccome non era scemo di solito riusciva a scamparla o quanto meno a salvare la faccia,  quel giorno fu chiamato alla cattedra dall’irascibile insegnante di italiano, quello che lanciava il libro di latino quando sbagliavamo la traduzione, e fu interrogato sul primo capitolo dei Promessi Sposi.
Il professore aveva la mano aggrappata al mento, la testa bassa che quasi sfiorava la cattedra, gli occhiali calati come una maschera, e gli giravano furiosamente.
Però nei confronti di Gianni era ben disposto, perché lui, Gianni intendo, aveva come posso dire? Un carattere per cui si provava rispetto.
Da quella posizione il professore non vedeva noi e nemmeno Gianni, e faceva le domande.
Gianni ci guardava e noi sillabavamo o mimavamo le risposte.
L’interrogazione procedeva lenta, con il professore che respirava sempre più rumorosamente, ma andava avanti, e Gianni, se non fosse scivolato su quella risposta che avremmo poi ricordato per sempre, sarebbe tornato al banco con un cinque.
Alla fine s'arrivò alla domanda: Parliamo dei Bravi. Che cosa portavano alla cintura?
Prontamente qualcuno, dai banchi, sollevò le mani e mimò la risposta.
E Gianni prontamente rispose: i mitra.
Non ci fu nessun lancio del libro in quell’occasione, e senza muoversi dalla sua posizione, il professore disse: vai a sederti Rossi.
Gianni azzardò un: perché professò?
Mentre la classe sbottava a ridere.
Il professore non rispose, non sollevò neanche la testa, e fu proprio quell’immobilità e il suo silenzio a congelarci la risata in gola.
Dopo si parlò a lungo di questa storia, anche a distanza di anni. E Gianni diceva: I Promessi Sposi io li odio, accidenti quanto non li sopporto, perché ci fanno leggere una roba del genere, perché non ci fanno studiare qualcosa di più attuale? Una storia ambientata nel periodo dei mitra la leggerei con piacere, non per dovere.
Mi piacerebbe che Gianni sentisse quello che dice Fran. Che il Gianni quindicenne di allora parlasse con il Fran quindicenne di adesso, ché usano parole identiche. Solo che l’odio di Fran è rivolto verso Il Grande Gatsby.

Io fui fortunata invece. Circa I Promessi Sposi, intendo. Perché mi capitò qualche anno prima dell’episodio dei mitra di ascoltarne casualmente una lettura alla radio, il tipo leggeva in un modo che non dimenticherò mai, e io smisi di fare quello che stavo facendo. Dopo lo lessi così tante volte che lo imparai a memoria.
Il brano era questo: Scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo.
Tutto dipende dall’avvicinamento insomma.
Chissà che un giorno non riemerga anche a me, come è accaduto alla Mazzucco;-)


postato da alice121 ~ 09/03/2007 11:03 ~ commenti (13)
~ pensierini




mercoledì, marzo 07, 2007
 
Da qualche giorno
Qui un’altra versione dell’Olanda.
E così siamo in tre.
Anche se lui non si perde tra tazzine di caffè troppo affollate e confuse analogie con Peter Pan, e l' Olanda ce la racconta in un romanzo. 
Da parte mia un gran in bocca al lupo per Il collezionista Di  Tempo che uscirà tra un mese.



postato da alice121 ~ 07/03/2007 10:32 ~ commenti (8)
~ segnalazioni




martedì, marzo 06, 2007
 
Allora mi metto a fare Peter e parto alla ricerca dell’ombra perduta.
C’era il mio amico che teneva tra le braccia la sua bambina e le sussurrava lentamente e lei abbassava le palpebre e le rialzava, lui allora scendeva ancora più giù con le voce e rallentava le parole e io dicevo: vorrei essere al suo posto. Allora il mio amico e la mia amica, insomma i genitori della neonata, sorridevano, felici di essere al loro posto, ma Emme, che mi conosce, mi chiedeva: al posto di chi vorresti essere? Io rispondevo: al posto della bambina naturalmente!
Trattasi, in parte, di una reazione a un episodio che mi è capitato ultimamente e che m’è parso folle e molto esilarante. Cioè se stabilisco che non è folle, lo trovo esilarante. Che uno magari può non farci caso ma se cominci ad analizzarlo in tutti i dettagli di come si è svolto, ti dici: ehi ma qui c’è qualcosa che non va. Così un po’ ti inquieti e un po’ ridi. Se fossi stata a Roma avrei pensato: colpa del governo, del traffico, del desiderio di potere, dello stress se uno arriva a comportarsi così, qui giustifico tutto con una parola e dico: colpa dell’olanda.


postato da alice121 ~ 06/03/2007 09:51 ~ commenti (8)
~ pensierini




lunedì, marzo 05, 2007
 
Non c’era la luna ma nemmeno le stelle
C’era un ragazzo che non pareva felice e i motivi della sua infelicità potevano essere tanti o uno solo, però se qualcuno gli domandava: cosa c’è che non va? Lui rispondeva: nulla!
Un giorno questo ragazzo stette male più del solito e i suoi amici lo portarono in una casa, lo distesero su un letto, bagnarono un fazzoletto con l’acqua e glielo posarono sulla fronte per rinfrescarlo un po’.
Poi chiamarono suo padre.
Suo padre venne - era un uomo piccolo e serio - e spalancò gli occhi quando vide il figlio che non stava bene ma li richiuse subito.
Gli amici aiutarono il ragazzo ad alzarsi e a infilarsi le scarpe e il giubbotto, mentre il padre apriva lo sportello della macchina con cui era arrivato e continuava a tenerlo anche se non c'era il pericolo che si richiudesse perché era una notte senza vento e fitta di nuvole, talmente fitta che se a qualcuno ne fosse venuta la voglia avrebbe  potuto afferrarne una con la mano.
E’ tutto chiaro, disse il padre mentre gli amici procedevano lentamente trascinando suo figlio.
E’ tutto chiaro: è colpa della cattiva compagnia se sta male.
Ora che ci penso era una notte senza luna quando succedeva questo fatto.


postato da alice121 ~ 05/03/2007 10:09 ~ commenti (5)
~ storie




giovedì, marzo 01, 2007
 
La legge non è uguale per tutti
Nel 2006 la Stampa, in questo articolo, riporta la scoperta di una ricercatrice di Palermo: Melania Mazzucco ha copiato brani da Guerra e Pace di Tolstoj.
Sulla rete, lo stesso giorno, viene ripresa la notizia qui.
Il 30 marzo dello stesso anno Alexandra Voitenko scrive: "Critici zelanti a caccia di emozioni editoriali accusano la Mazzucco di aver “scopiazzato” il suo romanzo da Tolstoj".
Arrivando a giustificare l’operazione della Mazzucco:
"Bisogna ammetterlo: Tolstoj è presente nel romanzo “Vita”, la conferma di questa tesi la troviamo nelle citazioni e nei prestiti dalla celebre opera dello scrittore russo nel romanzo italiano in questione. Ma questo problema esula dal valore artistico dell’opera letteraria che esiste come una realtà autonoma, a se stante, e deve essere giudicata come tale. Domandare allo scrittore il perché di questo o quel episodio è un po’ ingenuo, infantile e a volte anche inutile".
Che la Mazzucco avesse preso in prestito pagine di Tolstoj io non ne sapevo nulla, lo scopro  un anno dopo leggendolo  qui ( cliccando su riemerso potete confrontare le pagine)
La notizia viene ripresa da pochi altri bloggers.
Ciò mi ha sorpreso assai.
Perché ricordo che nella rete ci sono state mobilitazioni di massa per furti parziali o integrali di post.
Perché questa indifferenza? L'unica spiegazione che mi viene in mente è che la maggioranza degli scrittori della rete sia d’accordo con la tesi di Alexandra Voitenko.
Nei commenti a questo post su Lipperatura, Herzog scrive: "sarebbe ben ora che l'espressione "scrittura femminile" non fosse la declinazione di un ghetto. Se ne parli.A proposito del tagliare (e incollare) Tolstoj, cosa significa questo?
(ma io la Mazzucco non l'ho letta, magari è solo un giuoco da blog)."
Nessuno risponde alla sua domanda tranne Gabriella: "@ Effe, a proposito di Mazzucco-Tolstoi. La cosa è vera e nota da tempo, ed è stata tirata fuori un anno e mezzo fa circa da una ricercatrice dell'Università di Palermo. Verissimo che c'è un brano in "Vita" che ricalca pari pari quel passo di Tolstoj. Che i giurati dello Strega non se ne siano accorti è veramente ... divertente. Per quanto riguarda il merito della cosa, beh, io ritengo la Mazzucco un'ottima scrittrice e non sarà certo questo episodio che mi farà dimenticare la bellezza di "Lei così amata" (la biografia romanzata di Anne Marie Schwarzenbach) o "Vita" o "Un giorno perfetto"."

Dunque: se sei un blogger e copi-incolli un pezzo altrui (senza indicare il link di provenienza) vieni lapidato.
Se sei uno studente e ti appropri di un pezzo scritto da altri senza citare la fonte, il tema ti viene annullato.
Se sei uno scrittore di best seller…be’ in questo caso puoi fare come accidenti ti pare.

Però che faticaccia mettere tutti questi link!






mercoledì, febbraio 28, 2007
 
Non è una malattia, non è nemmeno un problema in effetti
China non è China ma Silvestro.
Me l’ha svelato il Vet dopo un’attenta osservazione.
La palpava e mi faceva le domande, poi ha taciuto all’improvviso, io ho trattenuto il respiro, ecco, mi sono detta, ha scoperto che ha qualcosa di terribile perché è caduta dalle scale del secondo piano quando aveva poco più di un mese, oppure ha una malattia inguaribile o una malformazione che non dà speranze, mentre pensavo tutte queste cose il Vet ha sollevato la testa - la povera gatta invece continuava a tenerla bassa per la paura o per l’umiliazione o per entrambe - mi ha guardato, con il polso si è ricacciato indietro il ciuffo filiforme biondo, e infine ha detto: non è lei è lui!
Ho respirato di nuovo, e ho pensato che l’equilibrio maschio-femmina della mia famiglia era definitivamente compromesso.
Ma l’abbiamo chiamato China! Ho detto scioccamente.
Be’? Ha risposto lui. Il nome China va benissimo per un maschio.
Sono tornata all’ingresso, la segretaria mi ha teso il passaporto.
C’è un problema, ho detto. Non è una femmina, è un maschio, il nome va cambiato.
Lei ha risposto che ormai era impossibile correggerlo, che al gatto non importava nulla del nome, che lei al suo cane, una femmina, l’aveva chiamato Marcelo come Marcelo Mastoiani.
Non ho detto nulla, un po’ per lo stupore di questa conoscenza italica, ma soprattutto per rassegnazione. Perché lo so: quando un dutch afferma “ormai è impossibile” continuare a insistere è da scemi.
Tranquillo, ho detto quando eravamo soli, lui e io, in macchina.
Per la faccenda dei nomi sono all’antica.







lunedì, febbraio 26, 2007
 
Dalla mia posizione osservavo la stanza.
Era una stanza ampia, di venti metri quadrati circa, illuminata da due grandi finestre e da una plafoniera incollata al soffitto che pareva un coccodrillo in attesa di un cerbiatto, ma avevo sonno e questo spiega l’immaginazione.
C’era una scrivania piccola accostata al muro, zeppa di cartelle, una fotocopiatrice e un monitor di un computer ricoperto da un telo di plastica su un tavolino di metallo, una cassettiera dove erano ammucchiati fascicoli e cartelle, e una macchinetta per l’espresso con dei bicchierini di plastica e le bustine di zucchero in un vassoio. Una armadio-libreria di vetro, con dei libri all’interno, che mi ha smosso la curiosità d’ avvicinarmi, ma si trovava dalla parte opposta rispetto a dove ero io e non mi sembrava il caso di andare a curiosare.
Sulle pareti erano appesi tre calendari, un crocefisso lungo circa un metro su cui era stato incastrato un ramoscello d’ulivo, secco e impolverato, un foglio di papiro rinchiuso dentro un quadro con il disegno di un faraone e un poster strappato su un angolo con il ritratto di Pirandello.
La signora era seduta dietro a una scrivania enorme che avrebbe potuto contenere un sacco di oggetti, e invece ce ne erano solo cinque.
Un calendario-agenda da tavolo con mille appunti, mille post it e mille scarabocchi di qualcuno che ha provato delle penne che inizialmente non scrivevano.
Un portamatite con delle matite spuntate, un righello e due paia di forbici, un paio più piccolo con la punta arrotondata e uno più lungo dall’aspetto affilato.
Un contenitore di legno porta documenti pieno di documenti.
Un telefono degli anni ottanta con le lucette che non lampeggiavano più e una scatola trasparente con degli elastici gialli e delle puntine.
La signora aveva i capelli tinti di biondo, di un biondo biscotto che in natura non esiste, in accordo con la carnagione scura, di gran moda tra le signore tra i cinquanta e i sessanta con la carnagione scura, le dita sfavillanti di anelli, uno smalto rosa sulle unghie, la pelle del dorso delle mani con delle macchie scure.
La signora quando siamo entrate era al telefono e ci ha fatto cenno di sedere, la mia amica si è seduta, io sono rimasta in piedi perché la pelle della poltroncina era sollevata e avrei dovuto lisciarla prima di sedermi.
Quando la telefonata è terminata, la mia amica ha cominciato a parlare, ma dopo qualche secondo qualcuno è apparso sulla porta e ha fatto una domanda a cui la signora ha risposto prontamente.
Per la rapidità della domanda e della risposta la mia amica non ha interrotto il discorso, l’ha solo rallentato un po’.
Poi la signora ha preso un cartellina dal porta documenti l’ha aperta e ha dato un’occhiata ai documenti. Continui, ha detto, l’ascolto.
La mia amica ha continuato.
Il telefono ha squillato, ma doveva essere una comunicazione all’interno dell’edificio perché la signora non ha risposto pronto, ha detto: sì certo. Ha chiuso la cartellina e l’ha riposta nel porta documenti, ha preso una penna da un cassetto della scrivania e ha segnato un appunto sul calendario-agenda da tavolo tra gli scarabocchi.
Intanto la mia amica, dopo aver esposto il centro del suo discorso, tentava di rifinirlo con degli esempi e sulla faccia della signora calava la noia e immagino che due esseri minuscoli abbiano chiuso con delle porte i padiglioni delle sue orecchie perché ha cominciato a fissare la mia amica come se fosse il panorama al di là di una finestra da cui si guarda sempre.
Poi ha squillato il cellulare, una suoneria discreta di un modello discreto, la signora si è destata dall’incanto, ha messo su uno sguardo attento, con la mano meno sfavillante ha arrestato il flusso di parole della mia amica.
Ci vediamo alle 13.00 a Via Appia e ha detto il nome di un negozio. Vedrai che lo trovi. Se non lo trovi, chiedi: lo conoscono tutti. E’ vero che lo conoscono tutti: lo conoscevo anch’io.
La mia amica ha concluso il suo discorso, la signora le ha dato una risposta talmente generica che poteva essere la risposta per qualsiasi altro discorso, e a una domanda della mia amica che era poi la ragione per cui era andata lì, a sprecar parole, la signora ha detto che ci avrebbe pensato.
La mia amica le ha teso la mano, ringraziandola, ma il telefono ha squillato ancora mentre una voce chiedeva dalla porta: Preside prende qualcosa al bar?
Lei ha risposto: già fatto, grazie! Ha sollevato la cornetta, si è dimenticata di quella mano a mezz'aria e ha piegato le labbra in una specie di sorriso ed è stato il segnale del suo congedo.
Ti pare normale? Ho chiesto alla mia amica mentre scendevamo le scale.
Lei m’ha risposto che le pareva normale, anzi normalissimo. Che era stata gentile ad ascoltarla, che le aveva risposto che ci avrebbe pensato. Che c’era di peggio.


postato da alice121 ~ 26/02/2007 12:17 ~ commenti (5)
~ fatti italiani




venerdì, febbraio 23, 2007
 
Ritorno
Tra qualche ora con il solito aeroplanino tornerò su.
Il bello è che anche quando vengo giù penso di tornare.
Questo dualismo del ritorno è un po' dissociativo ma anche consolatorio in effetti.
Ho fatto un po' di spesa, dato che avevo una valigia praticamente vuota. La valigia è piccola e quindi non la spedirò.
Spero che non me la aprano, ma tanto la aprono sempre.
Esporto pasta d'acciughe, formaggi e pomodori pachino, ma soprattutto dentifricio.



postato da alice121 ~ 23/02/2007 08:59 ~ commenti (12)
~ pensierini




mercoledì, febbraio 21, 2007
 
Sono fuori tempo perché ero fuori
Dunque vado a vedere il film da sola e non al solito cinema.
Il cinema si trova in un quartiere ad alta densità di uffici, di negozi e di anziani benestanti.
Se vai in un cinema di un quartiere popolare, come Testaccio, gli anziani alle quattro stanno a chiacchierare in piazza o al bar, ma se vai in un quartiere ricco e per giunta piove, vanno al cinema, ovvio.
Se poi il cinema pratica la numerazione dei posti: sei fregato, se non ci rifletti in tempo.
Io ho il numero 8f che è occupato da una signora molto ma molto anziana.
Glielo dico che ha occupato il mio posto? Perché dovrei? La sala è vuota.
Mi siedo al 9f.
Arriva un signore molto anziano, mi guarda, scandisce la numerazione dei suoi biglietti e quella della poltrone.
9F! Qui c’è un errore, dice allo schermo.
Mi scusi, dico. Mi sono seduta al suo posto perché il mio era occupato.
La signora molto ma molto anziana alla mia destra, rivolgendosi anche lei allo schermo, dice: eh, quante storie per un posto! Oltretutto la sala è vuota!
Che facciamo? dice il signore molto anziano, sempre allo schermo.
A quel punto commetto un errore perché chiedo alla signora molto ma molto anziana: le dispiace se mi siedo all’otto?
Lei scuote la testa e sussurra ad alta voce (come è possibile sussurrare ad alta voce? Non lo so: in teoria è impossibile) all’amica molto anziana: da non crederci Margherì! Ci dobbiamo spostare!
Ci sediamo con il nuovo assetto.
Il signore molto anziano si guarda intorno con aria compiaciuta, si toglie l’impermeabile, il cappello, la sciarpa, i guanti e poi aiuta la moglie a svestirsi.
Mi vengono in mente le istruzioni prima del decollo: dovete indossare prima voi la mascherina che eroga ossigeno, dopo aiutate chi non è in grado di farlo.
Parte la pubblicità, io tento di telefonare, ma il campo va e viene.
Entrano altre persone sempre più anziane.
Si riempie la mia fila, quella dietro e quella davanti.
Entra anche un ragazzo, un ragazzo vero, non uno di trenta o quaranta anni, un ragazzo sui diciotto, e si siede molto avanti. I suoi capelli scapellati (parola inventata da Lo un po’ d’anni fa) risplendono solitari davanti a me.
E allora capisco che il ragazzo sapeva, io no, purtroppo, io sono fuori tempo e fuori posto, ma ormai è troppo tardi per cambiare perché sono circondata.
Ti rendi conto? Bisbiglia ad alta voce il signore molto anziano alla moglie. Che se non la facevo alzare ci toccava muoverci magari dopo, con le luci spente?
Che ci vuoi fare, risponde lei. Questo paese è così: ognuno fa come gli pare!
Seguitano a bisbigliare ad alta voce, di me.
Costituisco anche il soggetto della conversazione che si svolge tra le due signore alla mia destra anche se si mantengono su un filo più generico.
Il tono è identico, però. Bisbiglio ad alta voce.
Invidio terribilmente il ragazzo davanti che sfoglia pigramente il giornale, e  ragiono sulla possibilità di uscire dalla fila, ma non so da quale parte sia preferibile passare. Penso che se resterò lì non potrò fare a meno di sentire i commenti, le previsioni, il rammarico, la condivisione di quel che accade e che mi irriterò assai.
Poi scende il buio, e decido che se esagereranno  gli dirò di tacere.
E invece nessuno parla. Credo per le scene del film che sono comprensibili, d’impatto, corrono veloci e non lasciano spazio alle considerazioni.
A un certo punto una signora fa una battuta molto audace sul sesso e di cui resto  sbalordita.
C’è un intervallo minimo che non concede l’imbastitura di un discorso.
Nell’ultimo quarto d’ora, quando il ritmo rallenta e i fili si sciolgono, ecco che si affaccia timidamente un brusio di anticipazioni, che si riveleranno errate, ma quando il chiacchiericcio sale di tono, e io mi dico che non vale la pena di dire nulla, che in fondo sono stati bravi, s’alza un imperioso: shhhhh che surgela le voci, senza possibilità di replica.
Le luci si riaccendono, e mi volto e li guardo mentre s’infilano cappelli, cappotti, guanti e sciarpe.
Chi sarà l’autrice della battuta scabrosa sul sesso e quella che ha urlato quel shhhh?
Ma le loro facce non scuciono indizi.
Oggi però rientro nei tempi e me ne vado a vedere un film in compagnia, in un cinema sicuro.







martedì, febbraio 20, 2007
 
L’olandese, per esempio, quello è impossibile.
In due giorni di Roma ho bruciato una scheda telefonica e bevuto un numero vergognoso di caffè ché ognuno che incontro mi dice: te lo prendi un caffè?
Inseguito Silvio Muccino (con Zazie e Lo, ma era Zazie che voleva l’autografo) ma lo abbiamo perduto a un bivio. Grande magazzino o direzione Villa Borghese? Secondo me verso Villa Borghese dato che era con una ragazza. Dopo lo smarrimento del Muccino è seguita una conversazione animata in cui Zazie sosteneva che la ragazza era orrenda e Lo diceva che Muccino poteva dirsi simpatico, ma non certo bello, anzi che è decisamente flaccido e se lo è adesso chissà come diventerà dopo. Io ci ho provato a dire che forse esageravano, ma non mi stavano a sentire. Ho pure fatto un po' la bastarda e detto a Zazie: ci pensi? Se fossi stata più decisa avresti fatto vedere alle tue amiche  il suo autografo e ti saresti potuta inventare pure una bella storia su come l'avevi incontrato.
Conosciuto una tipa che vive con tre gatti, due furetti e tre cani, tutti maschi, e che mai vivrà con un uomo.
Ascoltato il racconto di un tassista su Piazza Vittorio dove di notte scintillano le lame dei coltelli. A questo scintillio contribuiscono tutti tranne i Cinesi che se ne stanno per conto loro. Però quando siamo passati scintillavano solo i binari e i sanpietrini. Perché piove, piove sempre, ma non me ne importa nulla in effetti.
Combinato pasticci con gli appuntamenti.
Comprato al reparto libri usati di MelBookstore Terrorista di John Updike, uscito un mese fa, ma il colpo grosso l’avevo fatto a Natale quando trovai Nell’esercito del Faraone di Wolff.
Imparato a collegar cavi.
Se ho imparato a collegar cavi posso imparare tutto, o quasi.






venerdì, febbraio 16, 2007
 
Un pomeriggio al Super
C’è il supermercato e potresti essere ovunque.
C’è il parcheggio davanti al supermercato, e anche con questo parcheggio e con queste auto, lucide ed enormi, potresti essere altrove.
Ci sono le signore che spingono i carrelli, i padri con i figli sulle spalle, un paio di cani legati, con lo sguardo preoccupato, che aspettano i padroni.
Se guardi i due cani, che s’ignorano scrupolosamente, ti dici che non sei in una grande città o in una tartassata dai furti.
Perché uno dei cani è un bastardo bianco e marrone, ma l’altro è un Labrador nero. E il padrone del Labrador nero se si trovasse in una grande città o in una tartassata dai furti non lo lascerebbe con tanta leggerezza. Ma li rubano i cani adulti di razza? Pensi che sì in un luogo dove si ruba di continuo anche un cane adulto, ma di razza, potrebbe far gola.
Comunque ci sono i cani, i carrelli pieni, le signore con gli stivali, i padri con i figli, e pensi che potresti essere quasi ovunque. Certo se hai lo sguardo che misura, noti che le signore con gli stivali sono altissime e anche i padri e i figli seduti sulle spalle sono dei giganti.
Piove.
Allora, ti dici, fissando quelle gocce sottili, allora sono a Nord! Torni a guardar meglio la scena e t’accorgi che nessuno ha un cappello, un ombrello, un impermeabile; certo, ci sono le signore con gli stivali, ma sono stivali con le punte e i tacchi altissimi, che non c’entrano nulla con la pioggia.
Allora nella tua mappa mentale sali ancora più a Nord.
Poi vedi un signore anziano, un gigante anziano, che sta uscendo dal parcheggio alla guida di un catorcio, è una macchina piccola, ammaccata sulle fiancate e sul portabagagli, e ti chiedi se è la macchina che ti appare tanto piccola perché lui è così gigante oppure se questa macchina ti sarebbe apparsa piccola anche se dentro ci fosse stato un vecchio piccolo.
Ti fai un’altra domanda sempre del genere "che non ti porta da nessuna parte"  ma che ti fa compagnia, e poi noti che il signore anziano manovra in modo assai maldestro, sfiora il parafango dell’auto che c’è dietro , accelera e ne urta una davanti, si gira a destra e sinistra con una mossa ladresca, tu sei coperta dall’albero e non s’accorge di te, allora lui dà una violenta accelerata e parte con un borbottio lamentoso della marmitta che sta per venir giù.
Ah, dici tu, mentre il catorcio macchiato di ruggine e di fango lascia il parcheggio, questa scena io già l’ho vista. Non è che proprio lo pensi, diciamo che hai una specie di pre-pensiero, di un riconoscimento di un fatto che ti è familiare.
Il pre-pensiero è più veloce del pensiero ed ha la durata inferiore a quella di un lampo.
Però il catorcio macchiato di ruggine e di fango non ha ancora abbandonato il parcheggio, il vecchio gigante è ancora lì che gira a destra e sinistra la sua testa enorme, e una signora in un paio di stivali, una gonna corta su due gambe da statua di Michelangelo, parla al telefono. Quando il catorcio svolta a sinistra, la signora con tre passi, mentre tu ne avresti fatti almeno sei, raggiunge l’automobile danneggiata, conferma che il danno c’è stato e scandisce dei numeri e delle lettere.
Forse conosce il proprietario dell’auto danneggiata, forse è un suo amico, è lui che sta chiamando, ti dici mentre infili le buste della spesa nel portabagagli.
Certo che è stata rapida. Di una sveltezza tale che ti fa supporre che l’amico è molto amico e lo chiama tutti i giorni, l’ha chiamato anche recentemente, tanto che non ha dovuto cercare nemmeno il suo numero sulla rubrica. Oppure questa signora, con le gambe da statua sorrette da due tacchi sottili, è una veggente.
Stai ancora infilando le buste della spesa nel portabagagli, la terza e ultima per la precisione, quando un’auto bianca con le luci rosse e blu entra nel parcheggio.
L’auto della polizia.
La signora sui tacchi s’avvicina, indica la macchina danneggiata, ripete il numero della targa del catorcio che ormai è scomparso.
Allora a causa di tutta questa velocità, capisci che il proprietario della macchina non è un suo intimo amico e tu non stai in un qualsiasi punto del mondo, sei in un nord ben preciso, nel paese delle regole per l’esattezza, o della meraviglia che dopo sei anni provi ancora, perché la prontezza della segnalazione  e dell'arrivo della polizia ti sono parsi simili allo scatto di un atleta dopo il colpo di pistola.
Poi scopri di avere i capelli bagnati. E cerchi di ricordarti quando hai smesso di portare il cappello.


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